Cibi dell’Altro Mondo

Nel percorso storico che ha presentato questo semestre la professoressa Pizzetti, mi sono accorta di conoscere male, anzi malissimo, la provenienza, le caratteristiche, la coltura (e la cultura) di certi alimenti che metto nel piatto.

Già è da troppo poco che mi sono applicata all’affrontare il cibo di tutti i giorni, seguendo il cammino dall’orto alla tavola; certo è che della quasi totalità dei  prodotti dello “scambio colombiano” e di quello asiatico ho solo vaghi sprazzi, quasi io fossi un Marco Polo che si appropinqua al latte fermentato di cavalla dei Mongoli.

Anche solo guardando queste immagini ho cominciato a pensarci su, seriamente…perchè non sapere? Perchè non approfondire?

D’altronde il cibo è la cosa più naturale che possediamo…
(OGM permettendo…)

 

Zafferano: la spezia più costosa, in Italia viene coltivato nelle Marche, in Abruzzo e in Sardegna e si è acclimatato nella penisola per opera del padre domenicano Santucci nell’epoca in cui Filippo II regnava in Spagna (1556-1598).
E’ il prodotto di un’antica selezione artificiale avvenuta sull’isola di Creta.
Per un chilo di spezia occorrono circa centoventimila fiori. Per questo motivo i pistilli di zafferano costano almeno 3500 euro al chilo.
Una volta veniva usato per i più astrusi usi medici (oltre che per colorare le stoffe), mentre in verità può causare aborti (ovviamente preso in grosse quantità, il che farebbe piangere il portafoglio), vertigini, torpore e trombocitopenia.
Cos’ha di buono? E ricco di carotenoidi che contrastano i radicali liberi (del tipo: “dite NO alla vecchiaia!”…)

Incenso: ovviamente non si mangia, ma era tanto carina la “piantina” (che può raggiungere i 3 metri d’altezza)…non potevo non pubblicarla…
I bastoncini di incenso sono prodotti dalla miscela di polvere lignea, polvere di petali e fiori essicati, carboncino e resina che funge da agente legante per il composto.
Dicono che alcuni tipi siano cancerogeni…come per tutto, l’eccesso fa male; sono certa che vivere tra i fumi d’incenso non sia sano, inoltre comprare prodotti che non rispettano la qualità richiesta dal Ministero della Salute purchè  costino poco…di certo non è intelligente.
Tranquilli, per quanto puro, l’incenso non raggiungerà mai il valore di mercato che aveva all’epoca in cui i Re Magi ne portarono a Gesù…allora era decisamente un bene di lusso.

Ananas: va bene, lo ammetto, credevo fosse frutto di qualche albero…vederlo spuntare come capocchia di arbusti mi ha fatto impressione.
E’ una pianta perenne originaria dell’America centrale.
Cristoforo Colombo ne ha portato un’esemplare dal suo primo viaggio e immediatamente si è acclimatato nel nostro continente, tant’è che a tutt’oggi la pianta possiamo tenerla in appartamento come ornamento.
In tutte le corti europee l’ananas è sempre stato il simbolo degli “imperi in cui non tramonta mai il Sole”,  ricordo le decorazioni di una sala del Castello di Miramare a Trieste: dovunque, sulle porte come sulle pareti, nei dipinti come nelle trame dei divani, vi erano disegni e stilizzazioni di ananassi. L’Austria muoveva i suoi passi al di là dell’Equatore e non aveva miglior modo di ricordarlo ai suoi amici/nemici invitandoli a prendere il caffè in quel decorato salotto.

Cacao: un modulo a parte del trimestre era dedicato a questo frutto meraviglioso.
Eccolo, qui vedete la “cabossa”…gli Europei non accettarono per anni l’idea di un frutto che crescesse sul tronco e fino alla metà del ‘500 continuarono a rappresentarlo nei diari di viaggio e nelle decoratissime mappe come un frutto qualunque, pendente dalle fronde.
Agli Europei non piacque, i nativi lo assumevano nelle feste religiose succhiandone la schiuma da una brodaglia calda speziata in maniera tossica di peperoncino.
La bevanda avrebbe potuto schiacciare i fini palati di Cortés e Pizzarro scacciandoli dal Nuovo Continente e invece no: gli Europei resistettero e, oltre a conquistare vasti territori e civiltà varie, riuscirono ad addomesticare il cacao al loro gusto…e da lì la fortuna dello zucchero…

Manna!!!
Pochi ne avranno assaggiato un pezzettino, ma vi posso assicurare che è buonissima!
Certo, fa impressione…
La manna  pura da frassino è coltivata, in Italia, solamente in due paesini della Sicilia; vanta disparate proprietà: rinfrescanti, digestive, regolatrici dell’intestino e blandamente lassative.
L’estrazione fu insegnata nell’isola dagli Arabi, assieme ai segreti del baco da seta.
Data la scarsa produzione, un chilo costa circa 20 euro…ma in qualche fiera comprarne una bustina non inciderà sulla nostra economia domestica 😀

Manioca: ah, la mia preferita. E’ un tubero con le foglie che sembrano quelle della marijuana.
E invece non è una pianta dagli esilaranti effetti, ma il tubero che, assieme alla taro, ha insegnato all’umanità come coltivare. Felipe Fernandez-Armesto è profondamente convinto che le successive coltivazioni di frumento, mais, manioca, patata etc…abbiano avuto questo grande precursore.
Di cui oggi, in Europa, non sappiamo quasi nulla; la professoressa pare convinta che ciò sia dovuto al fatto che era il tubero “degli schiavi”, quello che i neri coltivavano nei piccolissimi orti a loro disposizione per il sostentamento nelle fatiche delle grandi coltivazioni coloniali.

Riporto, per concludere, le parole di Sandro Russo nel suo articolo “Erbe e frutti di Piazza Vittorio”, che ci fa capire quanto si stiano infiltrando “le novità” culinarie e alimentari che una volta non accettavamo…anche lì, anche in un mercato rionale come quello di Piazza Vittorio a Roma…
“E’ quasi naturale richiamare alla mente quell’episodio e l’atmosfera di un mercato orientale (o anche sud-americano), se si passeggia tra i banchi del nuovo mercato dell’Esquilino con lo spirito giusto. 
Perché davvero, se qualcosa di sostanziale è cambiato a Roma negli ultimi anni, è l’apertura alle genti e alle culture del mondo intero. Le esperienze e le sensazioni che negli anni ’70 si andavano a ricercare nella Londra tardo-hippie, sono ora a casa nostra, alla portata di qualche fermata della Metro.” 

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