Trieste anima mia

————————–

C’è un posto magico a Trieste…un posto in cui certe volte potevo entrare solo io, con un permesso speciale; perchè far parte in modo ufficioso dell’Istituto Tecnico Nautico mi dava questa possibilità.

Oltre a me e agli altri due ragazzi c’era solo la solitaria auto della guardia di finanza, nascosta sotto al fico nato spontaneamente tra le crepe della pavimentazione a pietre larghe, rettangolari, corrose dall’acqua di mare che spesso salta la banchina, scroscia lungo le rive.

Questo luogo magico si chiama Porto Vecchio…e dovreste vederlo: una serie di lunghi casermoni, giallognoli, abbandonati, percorsi dall’edera; questa penetra nelle arcate di vetro, perfora i finestroni, si avvinghia al ferro battuto dei portoni.
Sono antichi magazzini, lasciati dagli Asburgo alla nostra terra, di cui la neonata Italia pian piano si dimenticò.

E sulla marcia dell’ammodernamento creò ed elevò nuovi strumenti (e mostri) per il carico e scarico delle navi.
Io dico “fortunatamente se ne dimenticò”.
Perchè non lo distrusse.

E’ capitato, infatti: quanti palazzoni ignobili dell’arte degli anni ’70 abbiamo in giro, esempio della stupidità umana? Con i loro serramenti bronzei tutti uguali, con i loro colori verdognoli e marroncini…
Ma il Porto Vecchio divenne pian piano come uno di quei corpi disidratati dall’aria del deserto, una di quelle mummie che testimoniano delle storie più lontane.

E fintanto che, una volta ogni due anni, compariva ad animare uno di questi magazzini la Biennale triestina…ero contenta. Le pareti tornavano a sentire la voce di esseri umani, come un tempo l’ansimo dello scaricatore di porto, il grido della burba che recuperava le cime d’ormeggio, il vocio dei marinai che ne raccontavano a bizzeffe e nelle loro storie il pacifico Mediterraneo diventava tempestoso come lo Stretto di Magellano.

Ma ciò che mi preoccupa è l’istinto di “recuperare”. Temo la parola “valorizzazione” come la peste bubbonica portata lungo le Vie della Seta nel 1348…e che arrivò proprio da lì, dal mare Adriatico…

Leggo in un articolo del 22/09/2010:
“Il Porto vecchio di Trieste, al momento in stato di abbandono, diverrà con una adeguata riqualificazione, un gioiello tra 5 anni perché l’area è destinata alla portualita’ allargata: ci saranno “marine” (darsene) per la nautica da diporto, centri dirigenziali, alberghi, locali commerciali, e altro ancora. I cantieri dovrebbero aprire il prossimo anno…”
Articolo
Non hanno ancora iniziato, ma state certi che lo faranno.

Provo terrore…terrore che il luogo in cui entravo in punta di piedi, con la paura di spostare anche solo un ciottolo, venga distrutto dalla ferocia delle ruspe. Perchè so che non lasceranno, come logica vorrebbe, quelle stupende facciate ottocentesche (e talune settecentesche), che non rimarrà nulla dell’aria solenne che ispira quel luogo di vecchio ferro.

Invece di far diventare il Molo 1 il simbolo della Rivoluzione Industriale portata anche sulle coste adriatiche, lo falcidieremo.
Chissà che direbbero gli Inglesi del Shropshire se un giorno si svegliassero senza l’amato Ponte di Ferro.

E la colpa è nostra, che permettiamo ai direttori di quei fantomatici “centri dirigenziali, alberghi e locali commerciali” di stringere la mano ai sindaci da noi via via eletti davanti alle telecamere…sorridenti, quel sorriso da iena su cui alcune volte andrebbero bene statuette del Duomo volanti…

————————–

Annunci