La Merica!

Galata Museo Passports

Si considerano generalmente i viaggi come degli spostamenti nello spazio. E’ troppo poco.
Un viaggio si inserisce simultaneamente nello spazio, nel tempo e nella gerarchia sociale.

-Claude Lévi-Strauss

E’ stato un week-end intenso: prima i saluti agli amici, poi due giorni a Genova per visitare l’acquario, la lanterna, il Rex, via Garibaldi…e Galata Museo del Mare.
Quest’ultimo è stato il più suggestivo e stranamente non mi ha stupito tanto la ricostruzione della galea e la parte storica sugli Atlanti, quanto il terzo piano: da Genova, a Boca ed Ellis Island, l’immigrazione italiana dal XIX secolo in avanti.

L’allestimento mi ha colpito profondamente, con l’utilizzo multimediale del passaporto, l’intervista serrata dei doganieri, l’imbarco dallo scalandrone del piroscafo “Città di Torino” e subito l’incontro con i locali notturni della terza classe.
Il mio sentimento non era solo di pena per la situazione presentata, ma anche di comprensione.
Sarà che mercoledì parto, certamente non nelle stesse condizioni, ma con un’apprensione crescente e la sensazione di essere immessa in un “percorso obbligato”.

E sono in buona compagnia…
(Questo video mi fa piangere tutte le volte…)

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(Le parole sotto riportate sono di Lévi-Strauss in “Tristi Tropici”, il contesto è completamente diverso -1941, la gente scappa da un’Europa devastata dalla guerra, nel frattempo un antropologo di origine ebrea tenta di tornare al suo Brasile col doppio intento di continuare la sua attività lavorativa e scappare dalle persecuzioni naziste-, ma la visita al Galata mi ha riportato alla mente questo magnifico libro)

“Finalmente ottenni il mio biglietto di passaggio sul Capitaine Paul Lemerle, ma solo il giorno dell’imbarco cominciai a capire, attraversando i cordoni di poliziotti in casco e fucile mitragliatore che inquadravano la banchina e separavano i passeggeri da ogni contatto con parenti e amici venuti ad accompagnarli fra gli addii, le imprecazioni e le ingiurie; benchè fosse un’avventura individuale, sembrava piuttosto una partenza di forzati. Più che il modo in cui venivamo trattati, mi riempiva di stupore il nostro numero. Ben trecentocinquanta persone si stavano ammassando su quel piccolo vapore fornito, come ben presto ebbi modo di constatare, di due sole cabine, sette cuccette in tutto. Una di queste cabine era destinata a tre signore, l’altra sarebbe stata divisa fra quattro uomini, uno dei quali ero io, eccezionale favore dovuto al fatto che M.B. non se la sentiva di trasportare come bestiame uno dei suoi antichi passeggeri di lusso.

Galata Museo

Il resto dei miei compagni, uomini, donne, bambini, stavano ammucchiati nella stiva, senza aria nè luce, dove i carpentieri della marina avevano sommariamente sistemato dei letti sovrapposti dotati di semplici pagliericci.
(…) La “marmaglia”, come dicevano le guardie, annoverava fra gli altri Andrè Breton e Victor Serge. Andrè Breton, molto a disagio nella sua galera, deambulava in lungo e in largo nei rari spazi vuoti del ponte; vestito di felpa, sembrava un orso blu. Un’amicizia che si prolungò per parecchio tempo nel corso di questo interminabile viaggio, cominciò fra noi con uno scambio di lettere nelle quali discutevamo dei rapporti fra bellezza estetica e originalità assoluta.
(…) Quando, dopo un mese di traversata, scorgemmo nella notte il faro di Fort-de-France, non fu la speranza di un pasto finalmente mangiabile, di un letto con lenzuola, una notte tranquilla, che gonfiò il cuore dei passeggeri. Tutta quella gente che, prima dell’imbarco, aveva goduto di tutto ciò che gli inglesi chiamano graziosamente le “amenità” della civiltà, più che per la fame, la fatica, l’insonnia, la promiscuità e il disprezzo, aveva sofferto per la sporcizia forzata, aggravata dal caldo, nella quale aveva passato quelle ultime quattro settimane.”

Galata Museo dormitorio

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