Questione d’identità (municipale, provinciale, regionale…)

Come compito per domani, il prof ci ha chiesto di portare delle canzoni. Agli altri le ha chieste specificatamente in ucraino, a me in italiano.
E lì, il panico: cosa portare? Cosa potrebbe minimamente avere a che fare con l’Ucraina?
Che cosa non è pattume nella musica italiana?

Beh, nella lista dei pochi cantanti che non sono netturbini incalliti, un posto di rilievo lo detiene Fabrizio de Andrè.
E De Andrè aveva realizzato una di quelle perle rare…
Ve l’avevo già linkata, ma ve la ripropongo lo stesso:

Perchè questa canzone, che non è neanche in italiano, ma in genovese?
Intanto per sottolineare quanto il nostro Paese sia in verità un mix, qualcosa che loro prendono troppo semplicisticamente come “Roman Empire, Pope, Berlusconi & Pizza”.
Poi perchè il genovese era la lingua che conteneva in sè tutte le altre, con influenze dal greco, dal turco, dallo spagnolo, dall’inglese…

Ed infine perchè i Genovesi hanno avuto a che fare con la più grande tratta di schiavi della storia del mondo, tolta quella afroamericana: il commercio di schiavi slavi (spesso dalle terre ucraine) venduti agli Arabi e agli Ottomani.
Erano loro i mediatori, che i nostri manuali lo ricordino o meno.
Questo fino al XVI secolo, quando le cose cominciarono a complicarsi, e non soltanto perchè era stata scoperta l’America e l’asse commerciale si era spostato dal Mediterraneo all’Atlantico.
Alcuni Sultani cominciarono a chiudere il Mar Nero alle tratte commerciali genovesi e a ad avere sempre più scontri con le loro forze navali.

Scipione Cicala (il suddetto Sinán) fu una delle vittime di questi scontri: fatto prigioniero, probabilmente prese “servizio” su una galea schiavile.
Per riscattare la propria figura e vivere in condizioni migliori, Sinàn si convertì e divenne un Giannizzero, facendo carriera fino ad arrivare ad essere una delle guardie personali del Sultano.
Un giorno gli salvò la vita e fu nominato “Capudàn” (dal termine genovese per “Capitano”) “Pascià” (Visir ottomano).

Ma al ritorno a Genova fu trattato dai suoi compatrioti come un rinnegato.
La canzone è magnifica quando narra del fatto che lui si era solo comportato come un pesce: quando le cose vanno bene sta a galla, ma quando vanno male si nasconde al fondo.
La sola differenza è che oramai parlava “giastemàndo Momâ òu pòsto do Segnô” (“bestemmiando Maometto al posto di nostro Signore”).

Sono innamorata di questa canzone, potrei ascoltarla giorno e notte, non posso fare a meno di provare grande ammirazione sia per la composizione in sè che per la storia del personaggio: un uomo che ha saputo adattarsi alla vita ed arrivare alle vette di entrambe le società in cui ha vissuto, un cosmopolita, un viaggiatore, un personaggio che non si trincera dietro allo scudo dell’identità nazionale.
Lui sa di poter essere tutto quello che vuole.

È anche per questo che domani porterò tale canzone: gli Ucraini hanno un modo molto italiano di “definirsi” in qualche modo, ucraini, tatari, rusini, russi…ognuno pensa di essere migliore di qualcun altro e di possedere la verità storica.
Ma chi comprende di essere Cittadino del Mondo è arrivato finalmente alla serenità.

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