Il cuore ad Harvard

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Il primo giorno il sole splendeva. L’ultimo ha piovuto senza mai smettere.
E un angolo del mio diploma finale si è anche un po’ rovinato…

Sono all’aeroporto di Boston in attesa dell’imbarco e non riesco a smettere di pensare all’esperienza che si è appena conclusa.
È durata giusto il tempo che il giardino dei miei dirimpettai passasse dal cartello “Under Construction” alla fine dei lavori: insomma, non più della crescita di un prato all’inglese.
Ma sono stati i due mesi in cui mi sono realizzata di più in tutta la mia vita.

First of all, per Harvard in sè.
Più che un’università, un baluardo di conoscenza, la vetta del sapere.
Entrare è difficile, studiarvi complicato, affrontare i test stressante e lasciarla…è semplicemente impossibile.
I miei colleghi ricorderanno le giornate in bilioteca, a volte anche le notti, e se la serata era bella, c’erano i tavolini fuori, in cima alla scalinata della chiesa.
Si ricorderanno i pranzi veloci nello Yard, distesi sull’erba, i dieci minuti di riposo sotto il sole o l’ombra delle larghe querce…e poi pronti a scattare in piedi per raggiungere la Widener, la Lamont o il piccolo istituto di Ucrainistica.

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E dunque ecco il secondo motivo per cui Harvard si è portata via un pezzo – consistente – del mio cuore: l’Ukrainian Research Institute.
La piccola biblioteca, nascosta in una villetta di Cambridge, un cartello minuscolo a indicarne la presenza. Suonavi e c’era sempre qualcuno pronto ad aprire, anche di notte.
E se vi stava studiando il professor Hajda potevi conversare per ore, andarti a preparare un tè o un caffè nel cucinino e tornare per compiere le tue ricerche con la sua supervisione.
Perchè lì c’è tutto quel che ti serve.
E grazie a quel piccolo posto ho tutto il materiale per la mia tesi. Finalmente.

Il terzo motivo, il più importante: le persone che ho incontrato.
Non sono una tipa amichevole, affatto: sono parecchio snob, non mi piace conversare di stupidaggini e non esco mai la sera tardi. Indi per cui ho pochi amici e mi sta bene così.
Ma qua ho fatto difficoltà a trovare una persona che non mi piacesse: di certo in comune abbiamo l’amore per lo studio, altrimenti non ci saremmo ritrovati in questo contesto, solo dei malati possono essere eccitati all’idea di passare due mesi estivi a studiare.
E per questo le nostre conversazioni, in classe oppure di fronte ad una birra alla “John Harvard’s Brewery”, non sono MAI state noiose. Non abbiamo mai parlato del tempo, perchè noi non vogliamo parlare del tempo: abbiamo discusso anche animatamente di Storia, di politica, di tradizioni, di lingue e linguistica…e abbiamo scherzato sul senso di superiorità degli Americani, su quel Paese “dei Puffi” che è il Canada, sulla precisione maniacale dei Britannici, sulla corruzione degli Italiani, sulla ingenuità degli Ucraini…
Tutto ciò mentre il mio inglese migliorava e il livello alcolico aumentava (il portafoglio, invece, piangeva).

E come dimenticare i professori?
Ciò che mi ha colpito è stata la loro umanità: due momenti in particolare chiedono a gran voce di essere raccontati.

Io ero al computer a preparare la grafica del nostro yearbook.
Gli altri erano in biblioteca, Peter trascriveva le interviste che aveva registrato in quei giorni.
Era sera e il lavoro sembrava che sarebbe andato per le lunghe (alla fine avremmo spento i pc a mezzanotte e mezza). La professoressa Tamara, dunque, ci aveva ordinato delle pizze.
Quando arrivarono, preparammo il tavolino in biblioteca e stappai qualche lattina di Coca.
Qualche risata.
Nel frattempo il professor Hajda entrò, sorridendo al vederci. E si illuminò vedendo il pc acceso:
“Vi voglio far sentire una canzone, è bellissima, in russo…”
Su youtube trovò quello che cercava e alzò il volume.
La canzone era bellina, orecchiabile, anni ’80…probabilmente romantica, non posso dirlo con certezza perchè non capisco il Russo (al momento faccio fatica a capire l’Ucraino, abbiate pietà 😉 ), comunque niente di che.
È stata la lacrima sfuggita al professore che mi ha lasciato completamente di sasso…un notorio Dottore con alle spalle una marea di pubblicazioni, di età più che avanzata, si emozionava davanti a noi e ci offriva uno spiraglio della sua sensibilità.
Non riesco ad esprimervi il tumulto che avevo dentro…anzi, che ho dentro ogni volta che ci penso.

E poi Dibrova.
Dibrova è un pazzo ed un genio: insomma, è uno scrittore.
E tenta sempre, da bravo Slavo, di far sembrare tutto un gioco, come se tutti i problemi fossero risolvibili (“Dopo 20 anni ho ottenuto la Carta Verde! È passato del tempo, ma la cosa è stata risolta!”…l’ottimismo è il profumo della vita, eh?).
Per come lo vedi da fuori, non diresti mai che abbia uno spessore morale, al massimo intellettuale.
E poi la sorpresa: stavamo leggendo (o almeno personalmente stavo tentando di districarmi tra le parole ucraine e il cirillico) una parte dell’autobiografia di una pittrice, Kateryna Bylokur.
E l’afflato con cui ci interrompeva ad ogni frase per farci capire cosa lui stesso stava provando alla lettura di quel testo…beh, mi ha lasciata di stucco.

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Due i regali che mi sto portando dietro con attenzione infinita, e si trovano nel mio bagaglio a mano: un libricino del 1936 in Ucraino sulla Storia italiana, che Nelia ha cercato su internet e mi ha regalato; e il libro di Dibrova, consegnatomi dalle sue stesse mani, con una dedica che a leggerla mi si stringe il cuore (mentre contemporaneamente rido, perchè ovviamente è riuscito a inserirvi una battuta di spirito…).

Tante le persone che voglio ringraziare:
Il mio piccolo gruppetto di studio composto da Nelia e Peter; la mia “connazionale” Karolina; la pazzoide Lucy e Nelly, Damon, Katie, Jennifer, Nathan, Ashton, le tre Olha…
Tra i professori, soprattutto Tamara (soprattutto per la pazienza), Dibrova, Hajda, Graziosi e Delanoë
E gli amici all’esterno del mio corso:
Andrea e Pablo, i miei messicani preferiti, il mio tesoruccio Karishma e quell’ottuso di Bernardo
Infine quella che mi ha sopportato più di tutti: la mia padrona di casa, Ann.
Ieri sera ci siamo salutate con un bicchiere di vino e i cantuccini da pucciarvici che ho comprato alla Little Italy di New York.

Grazie. Di tutto.

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