Autolesionismo femminile

Dopo quasi nove mesi di silenzio riprendo le comunicazioni.
Per la precisione da un altro luogo, sempre nel milanese: ieri ho infatti affrontato il quinto trasloco in quattro anni.
Nonostante l’incalzante voglia di gettarmi nel letto, mi accingo a scrivere un pezzo. Breve. Brevissimo. Promesso.

Come mio solito ho deciso di andare a vivere con unici maschi quali coinquilini (motivazioni relative all’evitare conversazioni con sottili ironie e trucchi sparsi sul lavandino), ma a pranzo mi sono trovata vis-à-vis con una delle fidanzate, stranamente contenta che sia giunta una donna in appartamento.
Fortuna vuole che oggi avessi deciso di far poco rispetto alla mia quotidianità, così mi sono concessa un’ora di conversazione, o meglio…un’ora di presa visione di un monologo. Tema principale: uomini.
E qui è partita tutta una pantomima su come il ragazzo precedente l’avesse annichilita nelle passioni e nelle attività al punto che quel poveraccio del mio coinquilino sta pagando le conseguenze delle vicissitudini passate.
Non dirlo a me, ragazza! Ho appena lasciato uno perché mi dava quella sensazione di iniziale desertificazione della vita, tale e quale a come iniziò tanti tanti anni fa con mio marito (e lui ce la fece benissimo a distruggermi le credenze)!

Considerazione: chissà per quale oscuro motivo le donne, anche quelle con uno spessore culturale di tutto rispetto, che vengano dal Congo o dalla Svezia, che parlino in milanese o in calabrese…si lascino abbindolare così.
Parte tutto da un attimo di debolezza, quando permetti loro di avere una routine con te. Poi arrivano le attività di coppia. Poi la convivenza.
Se non tutto assieme, in un sol colpo, mozzandoti il fiato.
Non tutti gli uomini danno questo effetto “soporifero”, ma certi sì e sono pericolosi anche se non lo sanno. Anzi, magari sono pure i più bravi e i più buoni…ma pian piano ti avvinghiano.
E tu perdi cognizione di cosa ti piace fare veramente.
Perdi le amicizie, i contatti, le occasioni.
Tramuti il tuo divertimento nel suo.

Poi riprendersi è difficile, proporzionalmente a quanto tempo è durato tutto ciò.
Dicevo, ho appena voluto mettere la parola “fine” ad una storia durata venti mesi, prima che rivelasse gli stessi effetti di un’epopea durata quasi 6 anni.
E vi garantisco, dopo sei anni non sapevo più neanche parlare con un mio accento ed espressioni personali, camminare senza qualcuno di fianco, interessarmi a qualcosa senza che me lo si indicasse.

Poi è arrivato il mare.
E anche stavolta è stato il mare a salvarmi.

Ivan Konstantinovič Aivazovsky Tramonto (1866) Pittore armeno

Ivan Konstantinovič Aivazovsky
Tramonto (1866)
Pittore armeno

Ma come si può impostare una relazione senza che questa si trasformi nel kraken?
Io penso che la soluzione sia cercare qualcuno simile a noi, il classico “chi si somiglia si piglia”.
Con calma, senza fretta. Che tanto c’è tempo.
Vi saprò dire.
Intanto scrivo.

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