Sull’onestà intellettuale

Ieri sera, alla Libreria Popolare di Milano, Eugenio di Rienzo ha presentato il suo ultimo libro, “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo dis-ordine mondiale”, edito da Rubettino.
Impossibile definire tale testo “la sua ultima fatica”: più che un libro, l’opera è un fascicolo, un pamphlet geopolitico scritto sull’onda delle vicende. E il fatto che che abbia passato la serata a storpiare i nomi o a dimenticarsi quello di Jatsenjuk non fa che alimentare il dubbio che ne sappia davvero qualcosa.

Intendiamoci, ero partita con le migliori intenzioni, nonostante il trafiletto sul sito dell’editore mi facesse sorgere qualche sospetto. Mi sono detta “sono scelte di marketing, uno storico non può aver accettato di far accompagnare il suo lavoro da queste righe:

“Il recente COLPO DI STATO di Kiev è stato l’ultimo atto di una strategia messa in atto per spingere l’Ucraina nella Nato (…) Sfidando la Russia NEL SUO CORTILE DI CASA l’Occidente ha dato il via a una crisi globale destinata a minare per i prossimi anni la possibilità di costruire un pacifico ordine mondiale.”[1]

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L’Ucraina contesa, Carlos Latuff @LatuffCartoons

 

Quindi sono andata a sentire le parole dell’autore. Dal vivo, faccia a faccia.
E sono rimasta ancora più scioccata.
Non tanto dagli interventi dei tre giornalisti venuti a corroborare la posizione filo-russa – da dei corrispondenti ci si può aspettare posizioni radicali e parole forti, senza contare la nostalgia italiana tipica di un comunismo mai vissuto…fatevelo raccontare invece da Svetlana Aleksievic[2] – quanto dalla pochezza dell’analisi dello storico.

Gli errori di fondo che ho rilevato sono due:
1. per etica professionale, uno storico non dovrebbe scrivere di eventi troppo recenti, ancor meno se in corso
2. un’analisi, per dirsi tale, non dovrebbe svilupparsi in una sola direzione e includendo solo un lato della questione

Partiamo dal primo punto.
Al momento della compilazione della mia Tesi triennale, ho dovuto inserire un capitolo finale che trattasse delle vicende che stavano rendendo L’viv protagonista delle testate giornalistiche – era la “calda” primavera del 2014 -. Risultato? Non dormivo di notte.
Nonostante sapessi che le mie parole sarebbero rimaste al sicuro all’interno della biblioteca della Statale e che nessuno avrebbe pensato di darci una letta in futuro – Relatore a parte, carissimo professore a cui sarò sempre grata – , la mia coscienza di neonata storica si rivoltava al pensiero di dover porre un punto sulle dinamiche attuali.
Non avevo sufficienti dati, sufficienti elementi, le informazioni erano confuse…insomma, tutto andava come in ogni buona situazione del presente che si rispetti.
Ero certa che un professore non potesse non aver provato lo stesso disagio, per quanto si potesse reputare schierato.
Invece ho notato solo freddezza da parte sua, ostentazione di sicurezza, fermezza di posizioni e nessuna remora.
Le parole, soprattutto se provengono da un intellettuale con tanto di cattedra, hanno un peso. E possono generare mostri.
Ma l’atteggiamento ed il tempismo del collega appare sospetto…e all’etica professionale si contrappongono le necessità del portafoglio…

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Una donna anziana reagisce vedendo i suoi cari a bordo di un autobus. Stanno fuggendo a causa di un conflitto militare in Debaltseve , Ucraina , 4 febbraio 2015. REUTERS / Sergey Polezhaka

 

Il secondo punto mi sta ancora più a cuore.
I volumi di Storia non sono dei tascabili.
I volumi di Storia non utilizzano una sola lente d’ingrandimento, soprattutto dal 1976.
In quell’anno è stato dato alle stampe il leggendario “Il formaggio e i vermi” di Carlo Ginzburg[3], un libro che ha cambiato il modo di fare storiografia qui e oltreoceano. L’autore – professore passato dalle cattedre nostrane a quelle di Harvard, Princeton e Yale – ha realizzato un esempio di “storia dal basso”, che include nell’analisi le vicende del “popolo minuto” per ricavare conoscenza.
Uno studio serio deve comprendere il complicato intreccio tra cultura egemone e cultura subordinata, perché la Storia non è fatta solo da grandi nomi, altrimenti si potrebbe pensare che i Complottisti abbiano ragione.

Ho dunque chiesto al collega:
“Ma scusi, nella sua analisi geopolitica spariscono le persone. Vorrei dunque porLe una domanda più antropologica: Lei non crede che ci sia possibilità per questi Paesi – e quindi per queste persone – di procedere sulla via della democratizzazione e della liberazione dalla corruzione, da quei rimasugli di sistema URSS rimasti aggrappati all’agire umano e burocratico? Sono solo pedine, non c’è agency?”
La risposta è stata un secco “no”, giustificato solo in parte dalla presunzione che la Storia si ripeta, sempre uguale.
Eppure il caro Appadurai[4] ghignerebbe: i flussi e gli intrecci degli “-orami” possono sconvolgere i ritmi, arrivare a risultati inaspettati, come l’indigenizzazione del cricket…o l’Isis…

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Euromaidan e religione. Dal sito: http://www.stsophiaukrainian.cc/parishlife/

 

Ma lascio cadere la cosa e proseguo:
“Per Lei Putin è un moderato che avrebbe tutto il diritto di fare quello che sta facendo, solo per il fatto che si sentirebbe minacciato dalla Nato se l’Ucraina entrasse in Europa o anche solo se permettesse elezioni libere e crollasse il sistema dei magnati – del gas – . Al di là del fatto che ci si potrebbe chiedere se ha qualcosa da nascondere, dato che teme ciò, o se non sia invece turbato dalle fobie classiche che assalgono i capi di Stato quando sono al governo da troppo tempo…ma Le chiedo: Putin non ha forse almeno una colpa, ovvero quella di fomentare un senso di appartenenza che era ormai sopito e che non stava dando problemi all’Ucraina? Perché il problema è che noi intellettuali conosciamo le parole di Anderson, sappiamo che queste sono tutte comunità immaginate, sia quelle ucraine che quelle russe…o quelle del TLT. Si immagini se Vienna sfruttasse il senso di appartenenza separatista del movimento triestino per ritornare all’agognato Impero Austroungarico, sarebbe assurdo! Allora cosa ci fa pensare che un senso di appartenenza sia più legittimo di un altro? Il numero di anni?”
“Novorossija non è una comunità immaginata, è parte di un processo storico.

E allora alt. Fermi tutti. Questo significa non conoscere l’opera di Anderson[5].
Significa ignorare che i processi storici siano processi culturali, che creano sensi di appartenenza, identità, comunità immaginate, che hanno valore per chi li possiede, ma che si rivelano fragili alla prova dei fatti.
Nel campo dell’immaginazione non ci sono nè vincitori nè sconfitti, ci sono solo morti reali, dovute a infinite guerre, ma se si solleva il “velo di Maya” si può notare l’inutilità dell’usare l’identità come arma e non come mezzo per la serenità personale.
Mi sa che non sono i “frutti puri”[6] – le popolazioni – ad essere impazziti, ma lo sono coloro che si sentono a capo del Mondo. E a questo punto, anche gli intellettuali.

Concludo riportando la frase di un signore che ieri sera è intervenuto, tra l’altro appellandomi come “antropologa”.
Non ho potuto scoprire chi fosse, ma mi ricorderò sempre il suo volto, la sua voce tremula per l’età ma decisa per il carattere. Ricorderò l’ottimismo che mi ha donato, perché chi arriva a quella fase della vita e dice certe frasi non può che suscitarti un moto di speranza:

“Ovviamente è tutto corretto quando si esaminano le cose dal punto dei rapporti di forza, della Storia e queste cose qui. Però c’è anche un altro punto di vista, che noi dobbiamo cercare di mettere in evidenza. Il punto di vista di chi, non essendo responsabile direttamente dell’una o dell’altra posizione, a un certo punto deve anche dire che soluzione si cerca. Al di là del fatto che per esempio tra Israele e Palestina si può verificare tutto…c’è anche il punto di vista di chi dice che questi due popoli potrebbero andare insieme.
Quindi mi sembra che vada anche sostenuto, nella logica del ragionamento, la posizione della signora di prima, dell’antropologa, che ci dice: ma in fondo, questi grandi problemi della contrapposizione tra Paese e Paese, parte e parte … c’è una componente non solo di astratta fratellanza dei popoli ma anche di artificiosità di queste cose che vengono strumentalizzate in generale, ma che si può cercare di educarci a guardare al di là di queste tragedie per vedere che in fondo ci sarebbero delle prospettive per evitare queste contraddizioni…
Ecco cosa bisognerebbe mettere sul campo, dal punto di vista della dignità umana, oltre a capire la diplomazia.”

[1] http://www.store.rubbettinoeditore.it/il-conflitto-russo-ucraino.html
[2] sto attualmente leggendo il suo Una preghiera per Chernobyl’, 2004, Edizioni E/O
[3] Ginzburg C., Il formaggio e i vermi, 2009, ed. Einaudi
[4] Appadurai A., Modernità in polvere, 2012, ed. Cortina
[5] Anderson B., Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, 2009, Manifestolibri
[6] Clifford J., I frutti puri impazziscono. Etnografia, letteratura e arte nel secolo XX, 2010, Bollati Boringhieri

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