Punto, ultima frontiera

Come riassumere la giornata di ieri?
Colazione in Ucraina, pranzo in Ungheria e cena in Slovenia!

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Siamo “finalmente” tornati dalla vacanza nell’Ovest dell’Ucraina e mi sembra davvero strano sentire parlare in italiano attorno a me, dopo cinque settimane di full immersion
Mi sento un po’ stanca e spaesata, anche per le 10 ore passate al volante di una Punto con il caldo continentale che mi ha inseguita dalla periferia di Uzhorod al valico sloveno.
Poi le verdi montagne jugoslave mi hanno accolto nel loro abbraccio, tra la fine delle Alpi Giulie e il lontano accenno dei Balcani…

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In cinque settimane ho potuto gustare il prisma inesplorato della cultura ucraina laggiù, nei luoghi a loro consoni.
Ho ascoltato le conversazioni a tavola, le fitte discussioni sulla situazione attuale e i racconti delle storie di famiglia. Ho potuto chiedere ed ottenere risposta a domande mai poste per la solita visione dall’alto che le pubblicazioni forniscono, poiché la parola infetta è “geopolitica” – parola che per Andrew Wilson, autore di “Ukraine Crisis”, sarebbe “l’ossessione di Putin” (e dei suoi followers, aggiungerei pensando a lui -> link).

Ma certamente ero in vacanza, non stavo solo lavorando, ed ecco perché il “rullino” risultante alterna foto di persone a paesaggi, a luoghi insomma di cui si parlerebbe i termini prettamente turistici se non ci fosse una guerra in corso.
Eppure la guerra è a Est, in fondo, in una terra che ormai quasi nessuno vuole più: non la Russia che l’ha usata solo come pedina in un enorme scacchiere, non l’Ucraina di chi tra le bombe non ci vuole tornare.

“Ni ekonomia, ni politika, ničoho.” Oleh ci tiene a precisare sottolineando con un gesto delle braccia, incrociandole di fronte a sé: ciò che accade adesso è solo inerzia, non vi è soluzione praticabile se non lasciare che quel mondo comprenda quanta illusione ha creato la propaganda.
Oleh ha una tale voglia di dirmi cosa ne pensa che parla con una calma incredibile, per sopperire alla mia difficoltà di comprensione: è stato otto mesi al fronte, come volontario, ma poi ha lasciato tutto facendosi riformare.
“Ho capito che non c’era una via d’uscita in cui potessimo avere noi un ruolo. Sono tornato a cantare nel Coro nazionale. Mi sembra più importante fare questo mestiere.”
Terminata la birra mi saluta e torna alla Sinagoga di Uzhorod, è lì che il Coro si incontra, nonostante il palazzo sia ormai fatiscente.

Capisco sempre più profondamente la sua posizione, tra interviste ed incontri ciò che emerge è il significato dell’espressione “essere stanchi”, prima della corruzione e ora della guerra.
Certo è che tra la testardaggine di Pravy Sektor e la cattiveria senza scrupoli di Putin, la via verso la fine del conflitto appare ancora lunga e tortuosa.
– Pray for Ukraine –

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