Vaccini: negoziare attraverso la scrittura e la pratica

Mi è stato richiesto di preparare una presentazione sulla questione dei vaccini in Antropologia.
Il tema è complicato, e non solo perché non sono competente in materia come lo potrebbe essere un medico o un organizzatore del COMILVA, ma soprattutto perché le posizioni appaiono inconciliabili.

Ho elaborato un personale percorso tra i testi proposti, che parte da lontano, cercando il significato di “negoziazione” a partire dall’analisi filosofica e dal suggerimento epistemologico e metodologico di Bruno Latour.
In “Non siamo mai stati moderni”, l’autore propone a noi antropologi un modo per superare l’impasse della postmodernità. Ormai sono anni che si considera superata la dicotomia cartesiana tra soggetto e oggetto, tra cultura e natura, ma si continua a trovare difficoltà sul campo, nel momento in cui bisognerebbe riuscire ad applicare quanto diamo per scontato.

Se la modernità non è più sostenibile, è perché tutte le elaborazioni ultime per sorreggerla o andare oltre non sono bastate: il postmodernismo non spiega nulla e sembra rallegrarsi per la scomparsa dell’umano, l’antimodernismo non se ne rallegra ma si raggomitola spaventato da processi inarrestabili, la svolta semiotica si è concentrata solo sul linguaggio privando di tridimensionalità il reale (o il realistico), la decostruzione si allinea all’antimodernismo nella paura che l’Essere scompaia.
Tutte queste analisi si svolgono all’interno dello stesso framework, dettato dalla modernità e dalla sua Costituzione:

  1. la natura è non umana
  2. la società è umana
  3. la natura e la società devono rimanere assolutamente distinte
  4. Dio è barrato, ovvero deve rimanere lontano dai due punti della dicotomia

Ma in un mondo di ibridi, di complessità che sono nate dalla stessa volontà di dicotomizzare andando così incontro ad esplorazioni mai avvenute prima (in quanto i premoderni temevano una tale accelerazione e sperimentazione), è ancora possibile mantenere il terzo punto senza rischiare di non spiegare più niente?

Io vedo il vaccino come un ibrido: è una modificazione del corpo, che si supponeva naturale, attraverso un dispositivo creato dall’uomo stesso, in laboratorio (quell’ambiente creato da Boyle, per far testimoniare gli oggetti e non più i soggetti sulle leggi universali).
Per avere una capacità interpretativa su un oggetto tale, è necessario non distinguere più tra i due poli, ma partire dal centro di essi ed elaborare una terza dimensione, quella dell’esistenza oltre che dell’essenza. Considerando il tempo come una spirale e non come una linea che cancella ciò che c’era prima, come era nella mentalità dei moderni, allora possiamo elaborarne una storia complessa e individuare la posizione di quest’ibrido nel tempo, nello spazio, nelle relazioni, nei laboratori e nelle mentalità, nelle politiche e nelle economie.

Creare una simile interpretazione potrebbe essere utile sia al medico che all’utente, sia al chimico che al dissidente, perché sarebbe un punto di partenza per una più efficace negoziazione pratica.

3672-Giulio_20Monteverde_20-_20Edoardo_20Jenner_20prova_20sul_20figlio_20l_27inoculazione_20del_20vaccino_20_Genova_20Palazzo_20B

Cosa va considerato in questa ricerca?
Per esempio di che “corpo” stiamo parlando.
E’ del 1987 l’articolo di Nancy Shepherd Hughes e Margaret Lock in cui si parla di “mindful body” e quindi della più complessa visione del corpo elaborata fino ad oggi.
Il corpo è rappresentabile in tre contesti, fittamente intrecciati tra loro:

  1. il corpo individuale (permeato da una epistemologia culturalmente fondata, ad esempio da quella occidentale che reitera la divisione tra mente e corpo, fin da Ippocrate che parlava di sapere “osservabile e percepibile attraverso i sensi” oppure da Aristotele che aveva una visione biologica dell’anima umana; in questo concetto va racchiuso anche il concetto di sè e persona elaborato ed elaborabile dalla propria cultura, è un concetto occidentale quello di Io in coscienza permanente e di persona con diritti e responsabilità; anche i confini del proprio corpo e le concezioni delle parti del corpo sono culturalmente radicate)
  2. il corpo sociale (è attraverso il corpo che elaboriamo una mappamura mentale del mondo che ci circonda, così come incorporiamo il mondo attraverso le tecniche del corpo e l'”habitus”; se ci pensiamo, è nel nostro mondo dominato dalle dicotomie e dal lavoro meccanizzato e scisso tra mentale e manuale che si trovano malattie come lo stress, la bulimia e la schizofrenia o descrizioni del corpo permeate dalla “macchina”)
  3. il corpo politico (Mary Douglas aveva sottolineato come le comunità, di fronte ad un pericolo esterno, tendessero ad aumentare le regole sociali e a purificare la comunità da tutto quello che non era loro conforme, ma anche in tempo di pace la politica si impegna, attraverso dispositivi di controllo “soft” e biopolitici, a formare gli individui di cui ha bisogno; ed è invece con Malthus e il suo famoso “Saggio sul principio di popolazione” del 1798 che il corpo sano che si riproduce è invece stigmatizzato in quanto creatore di caos…pensiamo a quanto questa idea abbia potuto influenzare i valori sessuale dell’epoca vittoriana e facciamo due calcoli di quanto il corpo sia politicizzato…)

Questi tre corpi dialogano tra loro soprattutto attraverso le emozioni, catalizzatori che trasformano la conoscenza acquisita empiricamente in comprensione umana e che apportano intensità alla prassi.

Ma il lato politico cela più insidie che il solo essere influenzati. Sono Paul Farmer e Didier Fassin che, attraverso le loro ricerche sul campo tra i malati di AIDS ad Haiti e tra i richiedenti asilo in Francia, sviluppano i concetti di “violenza strutturale” e “sofferenza sociale”: la violenza strutturale è una violenza che si sviluppa all’interno di un “campo” (Bordieu) attraverso dei rapporti di forza che determinano egemonicamente chi sta “sopra” e chi viene invece trattato come “nuda vita” (Agamben).
E’ a causa della violenza strutturale che si diffonde una sofferenza sociale, un tipo di sofferenza che non ha bisogno dell’intervento diretto di qualcuno per realizzarsi.
E’ a questa sofferenza che il corpo oppone resistenza in senso sociale. Ne sono un esempio le trance delle donne che lavorano nelle fabbriche vietnamite, un fenomeno studiato a fondo da Aiwa Ong.
Ma la resistenza può avvenire anche contro un farmaco, e nello specifico parliamo dei vaccini.

big-pharma-drugs

Dunque il secondo termine da analizzare è “farmaco”.
Il farmaco non è solo un dispositivo medico, intanto perché ha una sua storia che lo lega inevitabilmente sia alla natura che all’ambiente umanizzato del laboratorio. Il farmaco è un quasi-oggetto carico di significati simbolici, che a seconda dei casi può esprimere l’autorità medica o la resistenza dell’utente che, non seguendo la posologia consigliata, esercita una propria agency. Di questo fatto ne è una dimostrazione evidente l’effetto placebo, in cui spesso ha più valore la predisposizione del paziente, la convinzione di efficacia e la relazione col medico (dunque non è solo una questione psicologica…).
Il farmaco è poi un intrecciarsi di questioni politiche ed economiche, che stanno corrodendo la fiducia dell’utenza.

Per contrastare il potere di questi dispositivi, il capitale sociale è fondamentale.
La forza degli antivaccinisti tout court o di coloro che non vogliono far vaccinare il proprio figlio sono appunto le associazioni.
Questo “capitale sociale” (termine inventato da Putnam, che tentò di matematizzarlo per poter ricavare delle regole utili agli Stati, col risultato che invece questi ultimi hanno cominciato a renderlo “liquido” come il denaro e a delegare alla popolazione molti compiti considerati prima nell’ambito del welfare) si sta evolvendo da anni, da piccole organizzazioni locali (è quindi territorializzato, al contrario di molte funzioni assistenziali che non riescono a raggiungere tutta la popolazione) a comitati più grandi e di una certa rilevanza sui social networks.

La questione in gioco è la “scelta”.
Molti antropologi hanno dibattuto sulla libertà che sembrerebbe insita di questo termine, mentre Annemarie Mol, nel suo volume sui malati di diabete, ha messo in risalto i problemi contenuti nella tematica: l’Occidente ha sempre più responsabilizzato l’individuo e il mito portato avanti è quello dell’autodeterminazione. Ma davvero tutti gli Occidentali sono capaci di autodeterminarsi? Sono la sofferenza e la malattia gli elementi che rompono le regole, fanno smarrire persino i medici che si trovano, ad un certo punto, dall’altra parte della scrivania.
In quel momento non è la scelta la qualità migliore dell’essere umano, ma il “care” (la cura sia in senso fisico che più ampio, ovvero il “prendersi cura di”, il nutrire, assistere e aiutare la persona).

Nell’atto della vaccinazione o della vaccinazione mancata, la scelta deve avvenire però prima che l’utente sia davvero malato e, tra l’altro, in un’età in cui è impossibile che sia lui stesso a poter decidere. Sono i parenti a doversi “prendere cura” di lui e contemporaneamente a dover decidere.
Ed entra in campo l’enorme tema del consenso informato, laddove in verità sussiste una difficoltà di comprensione difficilmente superabile.
Da una parte vi sono i rischi collettivi e dall’altra quelli individuali: un bambino che si fa vaccinare può andare incontro ad effetti collaterali, oltre che ad un’alterazione del corpo, ma un bambino che non si fa vaccinare è al contempo una possibile “minaccia” per coloro che non possono vaccinarsi o che ne sono del tutto immuni.

L’imperativo vaccinale non è solo determinato da delle pratiche istituzionali, che si possono concludere con una multa. L’imperativo si articola in un più sottile giudizio della gente. E’ in “Contagio” di Caprara, un capitolo del libro “Antropologia Medica. I testi fondamentali”, che si analizza la paura dell’indeterminatezza della gente appartente ad una società e quindi l’allontanamento e l’esclusione di parti della società che non si conformano alla regola dominante.
Ma è contro tale imperativo che si scaglia quel capitale sociale visto in precedenza.

La proposta alternativa (Raffaetà, articolo in corso di pubblicazione) è quella di un corpo “normalizzato”. A prima vista, il corpo non vaccinato potrebbe apparire naturale, ma ciò che è naturale nella società è proprio il corpo a cui è stato inoculato il farmaco.
Ecco perché le associazioni rivendicano la loro normalizzazione ed un concetto di vita, o meglio di “nuda vita”, ampliato ed articolato: è nella possibilità e nell’adattabilità del corpo che si cela l’arcano, la possibilità vitale. Per loro, la natura deve essere lasciata in grado di esprimersi in tutte le sue sfaccettature, la chiave della sopravvivenza è la “forza vitale” contro il possibile indebolimento dovuto al vaccino.

Ed ecco che torniamo alla scelta e alla negoziazione tra medico-paziente.
Da una parte, Okamoto (articolo in corso di pubblicazione) sottolinea come il medico continui a dirigere la scelta nella discussione tra medico e paziente, conscio di ben altre implicazioni oltre a quelle mediche, come il bilancio dell’ospedale o gli ostacoli burocratici.
Dall’altra, la possibilità della minaccia alla popolazione rimane, ed ogni caso di diffusione di morbillo ci riporta al tema dell’importanza dei vaccini.
Che l’immunità di gregge sia un fatto oppure una bufala statistica creata dalle cause farmaceutiche, nessun uomo che non si sorbisca 8 anni di studio e qualche anno di ricerca in laboratorio sul tema specifico dei vaccini sarà mai in grado di crearsi seriamente una propria opinione.
Dove sta dunque la soluzione?
In due punti chiave: la negoziazione più trasparente e consapevole tra medico e paziente, mondata dal rischio di paternalismo, ed infine la creazione di una coscienza più comunitaria che meramente individuale.

E’ solo ricordandoci che non siamo soli che possiamo superare delle divergenze ritenute inconciliabili.
Un professore e teologo che incontrato alla Summer School “Rethinking the Culture of Tolerance” la chiamerebbe, quasi semplicemente, “etica”.

luca-vaccini

Annunci