Incomprensioni viste dal Fronte

La guerra è sempre confusione e mancanza di comunicazione, anche là dove speriamo che uno scambio di voci sia avvenuto.

In alcuni episodi della Prima Guerra Mondiale la letteratura ed il senso comune hanno intravisto il barlume della speranza della riconciliazione e del riconoscimento cosmopolita di appartenere ad un’unico genere, chiamato umanità.
Così accade spesso che si richiami alla mente il Natale 1914, quando 100.000 soldati britannici e tedeschi risposero spontaneamente alle richieste fatte dal Papa Benedetto XV qualche settimana prima: “i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano”.

Ma se tali avvenimenti possono rincuorarci, la quotidianità della guerra appare ben diversa, oggi – penso ai confini ucraini ancora in fiamme, è morto tre giorni fa l’ufficiale della polizia Alexander Ilnitskiy, caduto per fermare un’auto civile e portarla via dalla linea del fuoco nemico – come allora.

 

Alexander Ilnitskiy

R.I.P. Alexander Ilnitskiy

 

La mancanza di comunicazione non è solo una questione linguistica, ma anche di comprensione della cultura e del pensiero del “nemico”.
Non avviene meramente per propaganda, si costituisce attraverso un tentativo personale di rimanere sordi alle “voci” che sentiamo provenire dalle trincee o da quei profili facebook che si vanno a controllare solo per sapere se quel prorusso o proucraino è lì e se è ancora vivo.
E’ un tentativo di rimanere ciechi di fronte alla sofferenza che rileviamo dal mirino di uno Steyr-Mannlicher M1895 o di un AK-74M.

Proprio oggi, mentre leggevo “La conquista dell’America. L’incontro con l’Altro” di Tzvetan Todorov, che apparentemente non c’entra nulla, mi interrogavo su tale questione, solo apparentemente prettamente militare: le due fazioni non si capiscono.
Le due fazioni non si capiscono sia dal punto di vista dei sistemi politici coinvolti, sia dal punto di vista degli ufficiali in campo. Ok, già sentita. Ma che dire dei soldati?
Nel suo libro, Todorov esplora la linea del fronte, il punto di collisione tra due mondi diversi non solo militarmente o tatticamente, ma anche culturalmente: la configurazione del tempo, dello spazio, dell’individuo.

Fu così anche nella Prima Guerra Mondiale?

A Gorizia certamente.
Consideriamo intanto il fatto che gli Italiani e gli Austroungarici non appartenevano solo a due fazioni differenti per nome, ma anche per sistema politico.
Spesso si è scritto di questo in termini geopolitici: in campo c’erano l’Europa delle Nazioni e quella degli Imperi. Gli Imperi avrebbero perso, con buona pace di quella “tolleranza” intrinseca che solo ultimamente si sta riprendendo in mano (rimando alla lettura dell’agile volumetto di Jorn Leonhard e Ulrike von Hirschhausen “Imperi e stati nazionali nell’Ottocento”).
Ma come percepivano i soldati, le persone, tale faccenda? Se due mondi così diversi erano arrivati a scontrarsi, cosa ne pensava un Italiano del fatto di star combattendo un Dalmata con mostrine austriache?
Ne era effettivamente consapevole?

Imperi e stati nazionali

A porre il dubbio, mi torna in mente un aneddoto, ormai oscurato dal folklore, e riportato da Dario Stasi in “Intorno a Gorizia. Piccoli viaggi alla ricerca della memoria perduta”: gli Italiani chiamavano, e chiamano a tutt’oggi in senso dispregiativo, i germanofoni “crucchi”.
Gli Austroungarici, infatti, durante la detenzione presso gli Italiani chiedevano di poter mangiare del “kruh” (pane). Quello che i soldati italiani non sapevano è che quella parola era slava.
L’associazione della parola ai “tedeschi” in generale fu immediata.
L’incomprensione, apparentemente solo linguistica, è anche segnale evidente di una distanza mentale intercorsa tra le due parti in causa: quello che un soldato italiano non poteva includere nella sua sfera di senso era la questione del mish-mash, della coesistenza, anche non direttamente problematica, di un mosaico di etnie sotto un unico ordine amministrativo.
Di un siffatto ordinamento, l’intellettuale della Penisola si sarebbe espresso nei termini di una dimostrazione dell’inferiorità e dell’arretratezza dell’Austro-Ungheria e della mentalità slava nello specifico che pareva accettarlo passivamente (la “storia” della rivendicazione di una superiorità del sistema di governo italiano e della mentalità italiana in generale è tracciata in alcuni passi di “L’Italia e il confine orientale” di Marina Cattaruzza).

Sarà pure audace come volo pindarico, ma nella mia mente è apparsa tale associazione: così come gli Spagnoli non erano consapevoli del fatto che gli Aztechi stavano vivendo “la conquista” come un fatto “già avvenuto”, dato il loro modello di ciclicità del tempo, così gli Italiani non erano consapevoli che al Dalmata di trincea poco importasse di ricevere ordini in tedesco, dato il loro modello politico di appartenenza.
Credo che la lettura “nazionalistica” che è stata data dell’esercito austro-ungarico e delle sue conflittualità interne sia stata fornita solo con la visione del “poi”: siccome avevano vinto le Nazioni, ovviamente anche in quell’esercito aveva regnato il sentimento nazionalista, e ciò avrebbe creato una debolezza interna difficile da colmare con la propaganda.

Franz-Pachleitner

Non credo sia andata così, o non del tutto.
Consideriamo l’episodio riportato da Alice Schalek in “Isonzofront”:
“Si sono fatte le due e prima dell’alba dobbiamo essere di nuovo a valle. Il capitano avverte che è ora di partire. Ma, prima, c’è ancora un concerto d’addio. Un tenente, alto e allampanato, va a prendere il suo liuto, si siede con le gambe accavallate sulla ripida scala di legno che va da una piccola baracca a un’altra e ci canta una canzone. Quel gruppo di osservatori, disposti a semicerchio, formano una sorta di quadro plastico. Ci sono un Ungherese e un Polacco, un Ebreo della Galizia e un Croato. Il cantante stesso è di Vienna. In identica uniforme e nell’identico pericolo, siedono qui, in primissima linea. Il canto che odono, di cui capiscono le parole oppure no, scende in cuori che battono all’unisono.”
Delle tensioni nazionalistiche ed etniche interne all’Impero erano consapevoli prevalentemente i ceti intellettuali o alto-borghesi, ma per la maggior parte delle persone l’Impero era un dato di fatto indiscutibile.
Basterebbero anche solo le descrizioni di Joseph Roth della mentalità dei contadini galiziani in “Giobbe” per farcene un’idea.

Sarebbe interessante esplorare sia questo campo, che quello che avvenne dopo la “caduta”. Sempre antropologicamente parlando.

Perchè forse ancora oggi, tra Italiani e “gente di confine”, non ci capiamo. E un po’ la base è anche questa: il permanere di una prospettiva nata dall’incorporazione di un diverso sistema politico.
E ora che lo Stato-nazione ha creato sufficienti morti per porre, almeno a degli storici come Leonhard e von Hirschhausen, il seme del dubbio…ci si chiede cosa sarebbe stato meglio, o almeno…”più tollerante”.

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