La tenacia ucraina in due film

In questi giorni ho potuto far ritornare la mia mente là, in Ucraina.
Da tempo non riuscivo più a riconnettere il mio cuore con quel Paese, presa dalla solita, frenetica quotidianità. Due film hanno riacceso la passione, e gli incontri fatti durante questi eventi mi hanno spinto di nuovo tra le braccia della mia tesi.

La prima proiezione si è verificata sabato, in via Ampére, nella catechesi dove la comunità ucraina di Milano si riunisce per alcune delle feste religiose ortodosse (e greco-ortodosse) più importanti.
Il film è stato realizzato nell’anno appena passato, si chiama “Ilovaisk, i cavalieri del cielo”. E’ un documentario sugli eventi che hanno coinvolto i primi volontari del battaglione “Dnipro-1” nell’agosto 2014.
Toccante, emozionante, difficile da guardare così come deve essere stato difficile da realizzare: in esso siamo accompagnati lungo due percorsi paralleli, il racconto dell’intervento contro i ribelli – o meglio, contro il malcelato esercito russo – e le storie dei caduti in questa battaglia, riportate dai loro familiari e commilitoni.
Gente semplice, che aveva appena cominciato ad imbracciare un fucile. Un obiettivo comune: difendere i propri figli, il loro futuro e la rivoluzione di Euromajdan appena consolidatasi.

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La locandina con le prossime date

Natalia, la donna che ha accompagnato dall’Ucraina gli ospiti Maksym e la signora Kuzmenko, l’ho conosciuta a novembre, a Kyiv.
Cominciava a far freddo, lassù, ma nel treno che ci ha accompagnate fino a Dnipropetrovsk faceva sin troppo caldo, con le stufe negli scompartimenti al massimo della propria potenza. Ma non potevo non sforzarmi di fare una dormita, il giorno dopo non ci sarebbe stato modo di riposare, dovevamo assegnare gli aiuti umanitari.
A capo dell’organizzazione umanitaria locale, “MAK” (ovvero “papavero”), Natalia coordina le attività per portare aiuto ai militari del battaglione “Dnipro-1” e ai loro figli, nonchè ai rifugiati che scappano dalle zone controllate dai separatisti.
Proprio con lei ho potuto visitare la caserma del corpo d’armata e constatare la situazione tutt’altro che semplice in cui versa l’esercito ucraino.

Ci tengo a dire che poter vedere un lavoro così ben realizzato e contemporaneamente poter chiedere a coloro che hanno vissuto e stanno vivendo in prima persona le vicende dell’Est dell’Ucraina…beh, merita. Invito davvero tutti ad andare agli ultimi quattro incontri previsti.

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Natalia con Maksym e la signora Kuzmenko a Milano

Il secondo film è ben più conosciuto: stiamo parlando del candidato all’Oscar come miglior documentario “Winter on fire”, di Evgeny Afineevsky.
L’avevo già visto più volte, grazie alla piattaforma Netflix, ed ho sempre tirato fuori il fazzoletto, ma poterlo ammirare e sentir commentare dal regista stesso…mi ha lasciata senza fiato.

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Il regista, con Olga e la sottoscritta

Il documentario è una chiarissima esposizione degli eventi che hanno caratterizzato una delle più importanti rivoluzioni degli ultimi anni: Euromajdan.
Mi sono sempre sentita profondamente chiamata in causa dalla sollevazione degli ucraini, fin dal 21 novembre del 2013: sarà perchè già studiavo l’ucraino e la storia di quel popolo, sarà perchè alcune mie amiche di L’viv mi hanno chiamato il giorno stesso dicendo “prendiamo il pullman e andiamo a Kyiv”…ma più semplicemente sarà perchè sono Europea. Ed ogni europeo dovrebbe essere consapevole di quello di cui sono stati capaci gli ucraini per ben 92 giorni, tra la neve e i colpi di proiettile sparati dalla berkut: hanno difeso quello che noi europei non siamo più capaci di difendere, ovvero i valori europei, quei valori che diamo per talmente assodati che ci riserviamo il diritto di criticarli, come la libertà di espressione, quella di professare una religione e quella di poter valicare confini.

Ebbene, che voi siate interessati o meno all’Ucraina o all’Europa, il documentario vale ogni singolo minuto…li passerete tutti col fiato sospeso, benchè sappiate come andrà a finire.
E fino all’ultimo spererete che la conta dei morti sia inferiore. Perchè ciascuno di quelli che hanno seguito in diretta la “Rivoluzione della Dignità”, giorno dopo giorno, ciascuno di essi ha un proprio piccolo eroe personale tra i caduti di Majdan.

Il mio piccolo eroe si chiamava Sasha Plechanov. Aveva 22 anni. E’ morto il 23 febbraio 2014, sulle barricate innalzate sulla salita della via Instituskaya – ora rinominata “via degli eroi celesti”. Cinque giorni dopo, Olexandr avrebbe potuto tornare tranquillamente all’università, come tutti noi. Qualcuno, nascosto dietro la visiera di un casco, glielo ha impedito.

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Di ritorno dalla missione ad Artemivsk, un omaggio a Sasha

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