Oh Cultura, oh mia Cultura!

Copio e incollo un mio breve intervento su fb che ha suscitato non pochi commenti. Sono felice che riflessioni come queste facciano scaturire un dibattito sì acceso, ma intelligente e tra persone mature…
E questo perchè dobbiamo comprendere come agire, dopo gli ennesimi fatti per cui viene scomodato l’ “Islam”, ma agire non significa fare appello alla propria cultura come fosse un’arma…

“Non sto dicendo che perdere o uniformare la propria cultura a quella degli altri sia giusto. Non sto nemmeno dicendo che la cultura non esista.
Sto dicendo che serve un po’ di senso critico: ebbene, la globalizzazione è stata ben studiata…e mentre le teorie negli anni ’70 pensavano che il mondo sarebbe andato standardizzandosi, si è poi notato che non è così e non lo sarà mai.
Le culture sono sempre mutate nel corso della Storia, ogni elemento proveniente da “fuori” (ma cos’è questo “fuori”?) è sempre stato acquisito e riadattato a costumi e usanze precedenti.
Amo fare l’esempio dello strudel, dolce che noi consideriamo austriaco: in realtà la ricetta gliel’hanno fornita i turchi (infatti la pasta è la stessa di alcuni tipi di baklava) e ciò durante l’assedio di Vienna del 1683!
Essere consapevoli della propria cultura è importante, ci fa stare meglio, ci fa sentire “a casa”…io stessa mi dichiaro Austroungarica, anche se nella realtà potrebbe non significare niente…ma è un termine che mi esprime, che dice all’altro chi mi sento e mi fa agire in una certa maniera e prospettiva (per esempio non-nazionalista, rispettosa, ligia alle regole, tendenzialmente conservatrice ma comunque aperta e anzi affamata di conoscenza).
Ma essere consapevoli significa anche non essere ciechi di fronte realtà (e la realtà è il costante cambiamento).
Mi rimetto in gioco: io so che l’Impero Asburgico non esiste da un po’ di anni, sebbene l’influenza permanga, e sono anche consapevole che un giorno mio figlio potrebbe portarmi a casa un fidanzato di origini serbe, o pakistane, o australiane.
Bene: sapendolo, mi preparo. Sapendolo, posso approfondire la conoscenza della mia cultura, così un giorno potrò sedermi a tavola col fidanzato di mio figlio per raccontargli cos’erano queste terre nel 1800. E lui mi racconterà com’erano le sue.
Tutti ci sentiremo “a casa” con un sapere ancora più grande sul mondo…e contemporaneamente avrò portato a termine uno dei più grandi precetti dell’Impero: la conoscenza.
Purtroppo questo scambio non lo vedo: “accogliamo” genti solo insegnandogli quattro parole di italiano, ma non forniamo loro nessuna notizia del luogo in cui permangono o transitano, e soprattutto non chiediamo a loro nulla e non teniamo in conto la loro opinione.
Questa è la famosa “cultura democratica occidentale”?”

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Soldati K.u.K. della Bosnia, di religione musulmana

Agire è fare intercultura, almeno sul fronte interno, ma fare intercultura, come ho chiarito sopra, significa compiere un movimento in due direzioni, non unilateralmente, altrimenti il dialogo si trasforma in lezioncina da impartire al poveretto “che non sa”.
Peccato che questo poveretto magari viene da una delle culture più ricche e “rinascimentali” del mondo (una lettura di Goody sarebbe d’obbligo…).

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