Metal “inclusivo”

Poche settimane di lavoro e già si esce coi colleghi. In particolare con Milo, che per fortuita coincidenza ho scoperto essere un “metaller”.
Temevo di dover andarmene tutta sola a vedere i Ghost (non che godersi in silenzio un concerto faccia male), ma poi è saltato fuori che anche lui ci sarebbe andato.

E allora via! Via alla volta del Gasometer, una struttura affascinante – ma con un’acustica così così… – comparsa a cavallo tra ‘800 e ‘900. Via a vedere uno dei gruppi più light della scena metal, ma anche tra i più apprezzati dagli amanti del “bel cantare”.

In effetti la voce di Papa Emeritus è cristallina, precisa, decisa, a dispetto delle mancanze strutturali dell’ambiente. E poi l’attenzione al dettaglio melodico. E alla scena.

Sì, perché il Papa irretisce. Il Papa si assapora, si gode, si sente sulla propria pelle a metri di distanza. L’appello finale all’orgasmo femminile e al suo incanto ribadiscono il concetto: il tutto è fatto per accendere mente e corpo, quasi al fine di esportare in via ironico-satanica quell’egualitarismo alla svedese, sotto il cappello del “tanto tutti stiamo morendo” (“ever since you were born you’ve bern dying”).

Certo, niente di nuovissimo se guardiamo all’ironica ilarità del black metal (se non l’appello alla ricerca del piacere femminile, con la pazienza e la calma della voluttà). La differenza sostanziale sta nel modo di veicolare il messaggio. Milo commenta: “Anche il satanismo ha bisogno di essere divulgato.”
Verissimo.
Aggiungo: “C’è bisogno di un satanismo inclusivo!”
(Perdonate la deformazione professionale di due antropologi in erba…)

Poi rifletto.
Al di là del fatto di scendere a compromessi col grande pubblico e venire incontro al contempo all’orecchio più fine come a quello meno esperto, forse è la scena stessa del metal che è inclusiva (in gran parte del mondo, almeno…).
Mi spiego: per anni ho abitato a Milano senza avere contatti con gli autoctoni… e anche a Vienna (per quanto abbia già moltissimi conoscenti internazionali) avere a che fare coi locali è difficile, soprattutto nel momento in cui si parla ancora in tedesco con la velocità di una lumaca pensierosa.

Il metal è invece un gran mezzo, serve a iniziare una conversazione e a sentire di avere qualcosa da condividere. Le relazioni sociali si sviluppano sulla percezione di appartenere ad una comunità immaginata, qualunque essa sia. Nel metal questa comunità si chiama “scena”. E la nazionalità, la lingua, l’etnia e (qualche volta) la religione entrano in secondo piano. O almeno, fintanto che questa capacità inclusiva viene mantenuta viva ed esercitata (e sono tempi duri per questa Fahigkeit).

Ebbene, per quel che mi riguarda, giovedì ho passato una bellissima serata in compagnia di Milo e la sua cerchia, in un Mischung interessante di inglese e tedesco. Qualche birra e qualche parola sulla dimensione del viaggio in cerca di musica.
Sono stati inclusivi come non mi sarei mai aspettata da degli austriaci. Talmente inclusivi che si parla di andare al Brutal Assault.
E perché no?
Repubblica Ceca… stiamo arrivando.

Come together, together as a one
Come together, for Lucifer’s Son

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