Fame ed Imperi – Convegno a Kyiv

Si è concluso ieri sera il primo dei due giorni di convegno organizzati dall’Istituto HREC (Holodomor Research and Education Consortium) sul tema “Imperi, Colonie e Fame in prospettiva storico-comparativa”.

Al centro della discussione vi sono le cosiddette faminogenic policies (Marcus, 2003), ovvero quelle politiche che creano – intenzionalmente o meno – le condizioni per un vero e proprio eccidio.

Non solo Holodomor, quindi, ma sul banco anche l’An Gorta Mòr irlandese (1845-46) e la Fame del Bengala (1943-44). Secondo i relatori della conferenza, le suddette tragedie condividono tre caratteristiche: i territori coinvolti facevano parte di una colonia di un impero, il quale aveva in mano la soluzione del problema e avrebbe potuto intervenire, cosicché la fame ha potuto piegare le popolazioni colonizzate.

Parrebbe strano parlare di “colonie” in merito a Irlanda e Ucraina (molto meno nel caso del Bengala), ma i nuovi postcolonial studies hanno sottolineato recentemente come sia limitante assegnare tale etichetta solo alle colonie d’oltremare. L’Irlanda viene dunque ritenuta una internal colony (Hecter, 1975 -> proprio il coniatore del termine è presente alla conferenza), mentre l’Ucraina sarebbe stata asservita ad un alien rule – diventato, nel corso dei secoli, sempre meno “alieno”, ma non per questo senza interessi nei confronti di un così fertile territorio…
Nonostante qualche accappigliamento direttamente sul palco, Michael Hecter e Stephen Velychenko concordano che le politiche degli imperi non siano deterministicamente da considerare “buone o cattive”, ma che di certo la limitazione dell’indipendenza abbia avuto in tutti i casi citati delle implicazioni di non poco conto nel non fermare la spirale di morte derivata da fenomeni più o meno intenzionali.
Sotto accusa è in verità lo sbilanciamento centro/periferia e l’interesse – variabile dal punto di vista temporale e spaziale – nei confronti della preservazione del luogo periferico da parte del centro.

Sotto questo profilo, dunque, la discussione tipica sul se e come Stalin sia stato implicato nella vicenda dell’Holodomor decade: la responsabilità non sta nell’atto intenzionale, ma anche nel “non atto” intenzionale. Nell’evitare di agire in nome di una ideologia, non solo nell’agire in nome di essa.
Perché se per Stalin ai 
kulaki andava impartita una lezione, in particolare ai kulaki ucraini sempre pronti a sollevare questioni sul regime sovietico – prodotto di una rivoluzione pensata come industriale e internazionale, ma agita sulla pelle dei contadini conservatori e legati alle proprie origini – , la verità è che una grande carestia era la scusa perfetta. E poco importa che sia scattata a causa di un prelevamento forzato delle risorse (il famoso “pane ucraino”… diventato nelle narrazioni ufficiali il “pane russo”, sostiene Liudmyla Hrynevych portando i risultati delle sue ricerche sul discorso imperiale in merito) o per una carenza dovuta a cause naturali. Quello che conta è la brutalità con cui i prelievi forzosi sono continuati nonostante la sofferenza della popolazione e il fatto che non siano stati compensati con l’arrivo di altri prodotti. Di qui la mancanza non solo di grano, ma di qualsiasi cosa di edibile (ricordo le tragiche registrazioni delle interviste fatte ai sopravvissuti, allora bambini, conservate presso l’archivio dell’HURI – Harvard Ukrainian Research Institute… mettono i brividi).
L’ideologia che faceva da sfondo a tale misfatto era il bene della comunità, aldilà dell’interesse di un singolo gruppo. Sembra di assistere alla descrizione del “mondo nuovo” di Huxley (1932)…

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Foto di Fabio Caudek, novembre 2016

Possiamo definire questi tragici eventi dei “genocidi“?
Douglas Irvin-Erickson è convinto di ciò, soprattutto guardando al significato che Lemkin (1944) attribuiva al termine (e che, a parere di Irvin-Erickson, non ha niente a che fare con la legge internazionale che ne è stata poi ricavata, così ampia nella definizione dei propri termini da essere più volte impugnata acronisticamente): la distruzione di un gruppo etnico, religioso, culturale, nazionale etc. nel senso però non di entità confinata e fissa, bensì di un processo antropologico necessario all’individuo. L’identità e la propria identificazione sono necessarie all’essere umano. Il genocidio ha questo processo umano come suo nemico. La fame è un’arma particolarmente brutale per commettere tale crimine, perché, a causa dell’istinto di sopravvivenza, distrugge ogni legame di solidarietà, deumanizza e priva di dignità. Non è necessaria dunque la distruzione fisica, non in senso stretto.

La conferenza si sta rivelando più interessante del previsto e le connessioni tra i panels efficaci. Di certo non vi assiste un pubblico solo accademico e qualche polemica di stampo politico e che ha a che fare con l’attualità non manca, ma non trovo tale aspetto di particolare disturbo, anzi… mi permette di ritornare ad ascoltare e capire gli ucraini. Quali sono le loro esigenze, prospettive, intenzioni? Cosa recriminano e chiedono in cambio?
Di certo la possibilità di un risarcimento per l’Holodomor sembra lontana, tanto lontana quanto quella del suo riconoscimento da parte della Russia e della comunità internazionale.
Quello che si può fare è analizzare, divulgare e riflettere.
E in questi due giorni lo si sta facendo magistralmente.

Hecter, M. (1975). Internal Colonialism: The Celtic Fringe in British National Development, Berkeley: University of California Press.
Huxley, A. (1932) Brave New World.
Lemkin, R. (1944). Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation – Analysis of Government – Proposal for Redress.
Marcus, D. (2003). Famine crimes in international law. American Journal of International Law, 97(2), 245-281.

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